63) Arendt. Sulla tirannide.
Rifacendosi a Montesquieu, Hannah Arendt analizza le
caratteristiche di quel particolare tipo di potere che si chiama
tirannide e ne mette in evidenza l'aspetto dell'isolamento.
H. Arendt, Vita activa, traduzione italiana a cura di F. Finzi,
Bompiani, Milano, 1964, pagine 211-218 (vedi manuale pagine 437-
440).

 Pi importante  una scoperta fatta, per quanto ne so, solo da
Montesquieu, l'ultimo pensatore politico che si occup seriamente
del problema delle forme di governo. Montesquieu comprese che la
caratteristica precipua della tirannia era quella di riposare
sull'isolamento - sull'isolamento del tiranno dai suoi soggetti e
dei soggetti fra di loro per effetto del reciproco timore e
sospetto - e quindi che la tirannia non era una forma di governo
fra le altre, ma contraddiceva la condizione umana essenziale
della pluralit, dell'agire e parlare insieme, che  la condizione
di tutte le forme di organizzazione politica. La tirannia
impedisce lo sviluppo del potere, non solo in un settore
particolare del dominio pubblico ma nella sua integrit; genera,
in altre parole, impotenza come altri corpi politici generano
potenza. Si rende cos necessario, secondo Montesquieu, assegnarle
una posizione speciale nella teoria delle forme politiche: essa
sola  incapace di sviluppare abbastanza potere da rimanere nello
spazio della presenza, il dominio pubblico, al contrario,
sviluppa i germi della propria distruzione dal momento in cui
comincia a esistere.
Il potere preserva il dominio pubblico e lo spazio della presenza,
ed  quindi la linfa vitale del mondo artificiale umano, il quale
se non  scena di azione e discorso, della trama delle cose e
delle relazioni umane e delle storie da esse generate, manca della
sua ultima ragion d'essere. Se non entrasse nei discorsi degli
uomini e non costituisse il loro orizzonte, il mondo non sarebbe
un artificio umano ma un ammasso di cose irrelazionate, libero
restando ogni individuo isolato di aggiungervi un oggetto di pi;
senza un mondo dell'artificio umano, le faccende umane sarebbero
fluttuanti, futili e vane come il vagabondare di trib nomadi. La
saggezza malinconica dell' Ecclesiaste - Vanit delle vanit;
tutto  vanit... Non c' nulla di nuovo sotto il sole... non
resta memoria delle cose antiche, ma neppure di quelle che sono
per accadere vi sar ricordo presso quelli che verranno pi tardi
- non scaturisce di necessit da un'esperienza specificamente
religiosa; ma  certamente inevitabile ovunque e ogni volta che
sia cessata la fiducia nel mondo come luogo adatto alla presenza
umana, all'azione e al discorso. Senza l'azione di inserire nel
gioco del mondo il nuovo inizio di cui ogni uomo  capace per
virt d'esser nato, non c' nulla di nuovo sotto il sole; senza
il discorso volto a materializzare e tramandare, o a tentare di
farlo, le cose nuove che appaiono e risplendono, non c'
memoria; senza le persistente durata di un mondo artificiale
umano, non pu esserci nessun ricordo delle cose che sono per
accadere presso quelli che verranno pi tardi. E senza potere, lo
spazio della presenza prodotto dall'azione e dal discorso in
pubblico svanir rapidamente come il gesto e la parola viventi.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume quarto, pagine 698-699.
